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L’abitudine di aprire temporary shops (o pop up shops, secondo l’espressione inglese) è di derivazione tutta anglosassone: in Gran Bretagna e negli Stati Uniti questo tipo di rivendita è fiorito moltissimo negli ultimi anni, coniugando strategie di marketing ad esperimenti sociali piuttosto interessanti.

Un temporary shop, traducendo letteralmente, è un negozio temporaneo, ovvero un punto vendita di solito di prodotti di abbigliamento (ma non solo) che apre improvvisamente in un luogo della città molto frequentato, spesso in un quartiere ritenuto "giovane" e pieno di vita.

La durata del temporary shop può essere variabile, ma di solito non supera il mese di vita; così com’è nato, esso altrettanto improvvisamente chiude, liquidando spesso la merce a prezzi convenienti.

Ma cosa c’è dietro le quinte di questo tipo di rivendita?
Analizzandone le strategie dal punto di vista economico, sicuramente il pop up shop ha dalla sua parte un bassissimo impatto di investimenti iniziali: sapendo che il negozio avrà, nella migliore delle ipotesi, poche settimane di durata, il gestore non ha bisogno di investire in grandi ristrutturazioni o allestimento di locali.

Uno spazio per ostendere la merce va benissimo così com’è, l’importante è creare un ambiente invitante per il cliente, stravagante o alla moda, e per questo a volte basta un gioco di luci, una tappezzeria azzeccata o qualche suppellettile pittoresca.





Anche dal punto di vista pubblicitario, il bravo gestore di temporary shop sa che basta scegliere la giusta location e il negozio, in un certo senso, si fa pubblicità da sé.
Soprattutto se situato in un quartiere pieno di giovani (più sensibili al consumo di beni usa e getta o più inclini a perdere la testa per un oggetto che tra pochi giorni sarà dimenticato), magari in un luogo universitario, il negozio in questione vivrà tutta la sua brevissima vita grazie alla rendita del passaparola o all’entusiasmo che suscita il vedere qualcosa di nuovo che si sa che presto svanirà.

Infine, ricordiamo che per quanto riguarda la fornitura e il reperimento delle merci, il pop up shop non dovrà preoccuparsi troppo dei rifornimenti, prevedendo un carico iniziale e vivendo fino ad esaurimento scorte, tanto più che, spesso, i prodotti destinati a questo tipo di vendita al dettaglio, sono prodotti in serie limitate.

È tuttavia sbagliato sottovalutare anche l’impatto sociologico, oltre che economico, che questo tipo di strategia di marketing provoca sui consumatori.
Il negozio temporaneo ha dalla sua il sapore della novità, e la novità è un motore propulsivo fondamentale per il progresso economico.

I consumatori post moderni dei paesi industrializzati del XXI secolo sono abituati ad un grande ricambio di beni e prodotti. Ciò che oggi è di ultima generazione domani probabilmente sarà già vecchio.
I temporary shops si rinnovano di continuo: non si sa mai dove potrebbe sorgere il prossimo e quali tipi di merci potrebbe offrire, e quindi questo provoca una sorta di senso di attesa e di soddisfatta ammirazione quando ne nasce uno nuovo, per così dire, nel giro di una notte.

Offrendo spesso anche prodotti stagionali che variano al variare del clima, questi punti vendita sono il paradiso delle mode passeggere sia in campo di abbigliamento che di prodotti di ogni tipo, anche alimentari.

Per esempio a Milano e a Firenze sono particolarmente incentrati su capi di vestiario, scarpe e borse, producendo pezzi il più possibile unici ed ovviamente introvabili una volta esauriti, indispensabili per chi vuole sempre distinguersi e non tollera uno stile omologato; a Roma e Trieste, invece, i pop up sono principalmente concentrati su prodotti alimentari di nicchia.

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